Chi Siamo

Il perché dell’ Associazione culturale “Persano nel Cuore”

Ci siamo incontrati alla fine di un percorso che ognuno di noi ha compiuto da quando i mutamenti della tecnologia imposero una diversa organizzazione della vita delle nostre famiglie, spingendole a trasferirsi dal villaggio Persano in altre localit�������������� d’Italia, incoraggiate anche da ingannevoli messaggi di migliore sistemazione.

Il concentrato di umanità sublimato dal lungo periodo di permanenza nello stesso luogo di diverse generazioni, ha trovato simbolicamente nell’uomo a cavallo l’interprete fecondo dei caratteri fondativi della comunità, costituita non da nostalgici, ma da orgogliosi difensori della identità di cittadini apportatori di valori all’insegna della coerenza. I dati statistici in nostro possesso, rivelano tra i persanesi un’alta percentuale di docenti universitari, dirigenti di istituti scolatici, insegnanti di scuola a tutti i livelli, professionisti, tecnici, impegnati in politica e nella cosa pubblica, intellettuali. Ma il dato fondamentale è rappresentato dalle nonne e mamme che hanno saputo trasferire, dalla semplicità della vita di Persano, gli insegnamenti di correttezza e lealtà.

Abbiamo constatato che, pur in presenza di lodevoli iniziative a carattere commemorativo, il nome “Persano” viene usato senza il necessario humus qualificante che solo chi ci �������� nato e vissuto, anche per pochi giorni, può dare.

Tutto questo si traduce in conoscenza. A ciò abbiamo dedicato il nostro tempo per cercare la soluzione per portare avanti un discorso  di proposizione e continuazione del nostro modo di sentire culturalmente il persanese, ponendo in giusta luce le vicende che interessano il cavallo.

Su suggerimento di un nostro associato abbiamo sentito la necessità di creare una struttura che venisse incontro alle aspettative di ambienti qualificati del circondario che chiedevano di conoscere la storia del cavallo della piana. siamo riusciti ad allestire, dopo appena tre giorni dalla nostra costituzione, una mostra fotografica sul cavallo persano nella suggestiva e prestigiosa Villa Salati a Paestum nell’ambito del “Quarto salone della mozzarella di bufala campana” (Sappiamo bene che nelle nostre terre acquitrinose della piana di Paestum il cavallo e la bufala si dividevano il ciuffo d’erba). Oltre mille persone ci hanno onorato della visita ed hanno ammirato le cinquanta foto d’epoca esposte e il famoso documentario “Cavalli fra i templi” che abbiamo proiettato in due serate.

In virtù dei presupposti, dunque, abbiamo creato l���associazione che è operativa da subito, avendo ottemperato a tutti gli adempimenti previsti dalla legge per la costituzione di una associazione non a fini di lucro: abbiamo già iniziato a percorrere tutte le strade per la difesa del cavallo “persano”.

Il Presidente

Antonino Gallotta

Scopi dell’Associazione

Gli scopi principali che questa Associazione si prefigge sono di permettere che tradizione, cultura e biodiversità  diventino cardini del nostro territorio, affinché non vadano dispersi i valori assoluti della società preindustriale che, nella piana del Sele, hanno permesso di portare a livello mondiale i prodotti delle nostre aziende agricole.  L’associazione vuole testimoniare, con avvenimenti scelti, sopratutto il lavoro costante e duro di quei tanti che, anche superando logiche economiche, hanno utilizzato le tecniche degli avi affermando il cavallo Persano e Salernitano nelle competizioni più importanti. Il saltus persianus è stato per secoli il fulcro che ha connotato tutte le terre circostanti bagnate dal Sele e dal Calore. Ed è qui che la civiltà contadina, in molti casi illuminata dall’intelligente latifondista, acquisiva reputazione e specializzazione, in particolare nel rapporto col cavallo. L���uomo a cavallo aveva una reputazione diversa nella scala sociale, specie quando esibiva il soggetto selezionato. Era il compagno dell’avventura lavorativa quotidiana. A lui guardava e cercava di interpretare i fenomeni atmosferici come quando, legato alla staccionata, dormiva con la testa fra gli anteriori. Il giumentaro in questi casi diceva alla moglie che il giorno dopo era “tramontana”. Il vento di tramontana tra gli Alburni spirava forte, e arrivando alla Mena Nova, raccoglieva gli umori delle alte bighe di paglia e fieno diligentemente disposte  dai salariati della sezione “Agricola”, miscelandosi a valle con l’umanit�� del villaggio Persanese, prima di adagiarsi ululando lungo le coste di Paestum. E’ qui che noi, nati e vissuti per lungo tempo a Persano, tenutari della cultura locale tramandataci dai nostri antenati, ci riteniamo gli unici a raccontare e rappresentare, in un immaginario girotondo, mano nella mano, i passaggi storici avvenuti interessanti i periodi borbonico, savoiardo e repubblicano. Tutto questo sulla scena per la salvaguardia delle nostre tradizioni e del cavallo.

Il villaggio Persano

Il nome del nostro villaggio proviene da molto lontano. Secondo il Professor Domenico Siribelli è da derivarsi da Persius, un soldato dell’esercito Romano che ebbe queste terre comprese tra i fiumi Sele e Calore come premio per aver combattuto fedelmente nella prima e nella seconda guerra Punica. La nostra zona, infatti, faceva parte di una estesa superficie in territorio campano considerata “ager publicus” da Roma, messa a disposizione dei veterani come ricompensa per il servizio militare reso alla città. A ���saltus persianus”, latifondo di Persio, sarebbe da far risalire, quindi, Persano. Nel suo folto ed impenetrabile bosco pascolavano, ancor prima dei romani, ovini e bovini. Da Persius in poi il nostro latifondo passò di mano in mano fino ad essere acquistato da Carlo III di Borbone nella seconda metà del ‘700. Carlo, affascinato da questi luoghi, vi fece anche costruire una casina di caccia. Affiancavano la casina altri edifici di servizio, atti ad ospitare i servi, i cavalli, le carrozze, i cani; quando il Re tornava a Napoli con la sua corte, a Persano restavano le persone che dovevano assicurare la cura  ed il mantenimento delle strutture e del nucleo abitativo che si andava formando e degli animali che ne costituivano la ricchezza. L’ampliarsi dell���������allevamento di cavalli , fortemente voluto da Carlo III, favorì la richiesta di operai e di manodopera anche specializzata. Oltre ai giumentari e ad un amministratore, che manteneva i contatti con la corte, da quel momento in poi molti artigiani trovarono lavoro a Persano. venivano dai paesi vicini: Serre, Eboli, Altavilla, Albanella, Campagna. Vennero, e trovarono lavoro e alloggio, fabbri, maniscalchi, sellai, carresi, scafaiuoli, ualani, addetti ai cani, alle carrozze, alle stalle.

Svolgevano mestieri umili, ma poterono dignitosamente sfamare e crescere i propri figli grazie al “sistema borbonico”, un insieme di regole che garantivano una vita tranquilla alle persone ed assicuravano un trattamento altamente specializzato ed accurato agli animali, nel più totale rispetto dell’ambiente sociale e territoriale.

E’ stato il rispetto delle regole, accettate e condivise, mantenute anche dopo l’unità, che ha consentito ai persanesi di vivere serenamente, in armonia tra loro e con la natura, non da servi ma da uomini liberi, pur alle dipendenze di qualcuno. Mentre nella piana del Sele le condizioni di vita erano difficili, Persano è stato, dai Borboni in poi, e per molti decenni, l�������unico polo lavorativo di una certa importanza per i paesi che gli gravitavano intorno. E fu così anche dopo l’Unità d’Italia. Con l’incremento del villaggio si ebbero la Caserma dei Carabinieri e l���Ufficio postale, che serviva il circondario. La vita ferveva. Una giornata di lavoro iniziava presto, per tutti. I butteri si dedicavano ai cavalli, i ualani ai bovini. I fabbri battevano sulle incudini i ferri che il maniscalco avrebbe inchiodato sotto gli zoccoli dei cavalli. I carresi sistemavano carri, riparavano carretti, carrozze. I sellai si occupavano della manutenzione dei finimenti di cuoio dei cavalli da tiro e da monta. Gli impiegati garantivano l’espletamento delle pratiche. Gli addetti alle scuderie e ai canili pulivano e preparavano gli ambienti per gli animali. E così i falegnami, lo scafajuolo, il banditore. La domenica era dedicata al riposo ed alla Messa, celebrata dai parroci che si sono susseguiti fino all’avvento del cappellano militare, nella cappella palatina dedicata alla Madonna delle Grazie. Perché i soldati giunsero nel 1953. Nel 1972 i cavalli furono destinati a Grosseto. Ma Persano continua a vivere non nello sterile ricordo di questi pazzi che ne parlano, ma perché la storia e la cultura del cavallo, che ha pervaso le nostre vite��formando le nostre coscienze, sono state fondamentali per tutta la piana del Sele. Il sistema sociale su cui fondava il villaggio era ben organizzato ed era scandito dai cicli delle stagioni e delle tradizioni.

                                                                                                    ��                           ��Madonna delle Grazie

La festa della Madonna delle Grazie, il 2 luglio; la festa della marchiatura dei cavalli; la nascita dei puledri; la transumanza. Il tempo libero lo si trascorreva giocando a bocce, nel campo del tiro al piattello, a cinema, organizzando feste alla buona dove si ballava e si stava insieme senza pretese. D’estate si andava a mare, a Paestum. Era per noi, l’estate, il momento degli incontri. Tornavano gli amici e i parenti sparsi in tutt’Italia, con i figli piccoli ai quali si insegnava a  vivere secondo il nostro stile: quello di una comunità che ha saputo vivere in armonia con l’ambiente, fondando la sua essenza sul rispetto: delle regole, delle persone, della natura.

Il Cavallo Persano, la sua storia e il suo ambiente

La pianura che si estende tra la riva sinistra del fiume Sele e la destra del fiume Calore, sino a lambire le falde dei monti Alburni, in provincia di Salerno, era una colonia Romana. Essa corrisponde al territorio di cui parla Virgilio nel III libro delle Georgiche: “Est lucos silari circa illicibusque virentum Plurimus Alburnum volitans, cui nomen asilo Romanum est, oestrum grai vertere vocantes.”
Le vicende storiche, a partire dal 273 A.C., quando questo territorio divenne ager publicus, ci portano a comprendere il percorso che, iniziato con Persio, di cui probabilmente il nome Persano, arriva agli inizi del 18° secolo, quando Carlo III di Borbone s’invaghì della vasta tenuta e la barattò cedendo a Giuseppe De Rossi la baronia di Casal di Principe.
In tal modo, si era nel 1758, il feudo di Persano entrò a pieno titolo fra i beni personali dei Re Borbone.

Il feudo di Persano era allora diviso in tre parti:

���Terzo del Casino, comprendente la Ionta, corrispondente a quello che �� oggi il civilissimo borgo di S. Cesario;
◦Terzo di S. Lazzaro, è l’attuale Baraccamento comprendente il Tempone e lo Spineto;
◦Terzo di mezzo, nucleo centrale del territorio compreso tra la Ionta e Baraccamento, ove è il Palazzo Reale.
Carlo III di Borbone dette immediatamente inizio alla ricostruzione della Casina di caccia, secondo pianta e relazione dell’Ingegnere militare Juan Domingo Pianz.

Nei momenti di difficoltà fu chiamato il Vanvitelli per ovviare ad alcuni dissesti statici avvenuti durante i lavori di costruzione del cortile. Si evince chiaramente che l’intervento di Luigi Vanvitelli fu certamente decisivo nel portare a termine l’opera completa, data l’osservazione della realizzazione architettonica che presenta analogie estetiche comparabili con la Reggia di Portici e la Reggia di Caserta .
L�����edificio ha pianta quadrangolare e ha al centro un ampio cortile, circondato da un porticato continuo, intervallato da robusti pilastri. Nella parte opposta all’ingresso principale, di l�� dal cortile, vi è ancora la cappella dedicata alla Madonna delle Grazie. Essa è a navata unica; dal palco si affacciavano i sovrani, quando assistevano alla S. Messa.
All’interno della Chiesa ai lati ci sono ancora i quadri dipinti a Napoli da pittori della scuola di Posillipo.
Dopo il posto di guardia giurata, a destra, uno scalone monumentale conduceva agli appartamenti reali.
Alla fine dello scalone era stata sistemata, realizzata dal Canova, una cagna mastino con due diamanti incastonati al posto degli occhi.

La facciata posteriore, da cui emerge il maestoso campanile della cappella, è meno visibile per la presenza di una grossa costruzione ad essa addossata, detta Quartiere, dove trovavano alloggio i dipendenti del Re.
Carlo III di Borbone diede inizio alle opere di disboscamento, alla costruzione di strade e del villaggio per il personale, avente come obiettivo principale l’allevamento del cavallo.
I Borbone allevavano giumente anche a Carditello in provincia di Caserta e a Ficuzza, in Sicilia.
Nel 1741, in seguito alla firma di un trattato di pace e di commercio tra il Regno delle due Sicilie e l���Impero Ottomano, l’ambasciatore Turco Efendi in missione a Napoli portò al re come dono del Sultano, quattro stalloni di bellezza esotica in seguito a Persano razzatori per lungo tempo.
I Borbone fecero venire dalla Spagna riproduttori spagnoli che apportarono alla mandria regalità e andature di classe.
La Regia Razza assurse a grande rinomanza e molti furono i riproduttori che rinsanguarono le mandrie europee, in particolare Austria e Germania. Le caratteristiche del cavallo tipo erano così descritte: testa altera e quadrata, carica di ganasce, taglia non molto elevata, arti robusti, andatura rilevata.
Era evidente la volontà positiva dei Sovrani congiunta all’efficienza e competenza del personale, come si nota in una corrispondenza tra Ferdinando IV e L’Ammiraglio Acton:

“ Quella porzione del reggimento di Napoli che in diversi luoghi ho veduta, mi è piaciuta molto, così per i cavalli, come per la gente e la loro pulizia” (Archivio Stato Napoli – Sommaria). Altre corrispondenze furono una costante nel rapporto economico che veniva stilato nella corretta gestione amministrativa del sito reale.
Infatti: “ Rimetto nella Real Casa dell’amministrazione qui annessa una cambiale di ducati 100 a vista a firma di questo Don Gaetano Balestrino, sopra il duca di Miranda, affinché ella ne faccia l’incasso, per darne regolare conto, essendo detta somma proveniente dalla vendita di polledro sauro della Reale Razza di Persano”.
Palermo, 12 Aprile 1801
Trasmesso al Sig. Duca di Cannalonga – Napoli
Giovanni Tomai Segretario
(A.S.N.)
La giumente, che pascolavano libere insieme ai bovini e alle pecore, appartenevano un tempo al Principe di Torella, che aveva la sede principale in Basilicata.
La mandria era a forte connotazione arabo-berbera. Si preferivano gli accoppiamenti tra soggetti avente lo stesso mantello. I soggetti migliori venivano marcati con due corone al collo, e a volte riportavano anche l’anno di nascita.
Tale è l’archivio di stato di Napoli, fascicolo 137 “ E per me li suddetti ducati 70 li pagherete al signor Saverio Guarini, intendente del Real Sito di Carditello. Dite sono per lo intero prezzo di un cavallo a me venduto dalla Real Razza di Persano, marcato con due corone al collo e anno 1797, di manto storno, alto palmi 5 e ¾, di anni 4 in 5.

Napoli dicembre 1801

Salvatore Papale

Allo scoccare dell’Unità d’Italia, con la sconfitta militare dei Borbone, anno 1860 la mandria di Persano è rinomata in tutta Europa. Se ne avvantaggiano anche allevatori del circondario che nel frattempo avevano dato vita a consistenti nuclei di fattrici, immettendo gradualmente anche il riproduttore di puro sangue inglese.
Nel 1860 la gestione del Persano passò al Ministero della guerra con l�����intento di produrre soggetti per rifornire i reggimenti di cavalleria.
Ma nel 1874 il Ministro Cesare Ricotti con un decreto sancì la soppressione della Real Razza.
La produzione migliore fu acquistata dagli allevatori più accorti.
Persano diventa un Centro Deposito Cavalli.
E’ col decreto n. 211 del 14 novembre del 1900 che il governo dell’epoca “ricostruisce la razza, con l’obbiettivo di riaffermare un ben determinato tipo di cavallo da sella per la truppa e di diffonderlo nelle razze private, offrendo agli allevatori a buone condizioni sia stalloni che fattrici con i prodotti che si otterranno “.
Furono ritrovate sopratutto con i dati segnaletici dei certificati di origine, presso le caserme di cavalleria , presso gli allevamenti dei dintorni, in Sardegna, in Sicilia e presso l�����allevamento di S. Rossore le figlie delle cavalle di razza Persano, disperse nel 1874.
Si riparte con questo nucleo fattrici:

◦n. 61 indigene
◦n. 3 puro sangue arabo
◦n. 8 provenienti da S. Rossore (Ex razza Persano)
���n. 10 Irlandesi
◦n. 3 Ungheresi
◦n. 15 Meticce anglo orientali
Il riproduttore è orientale, ma incomincia a farsi strada prepotentemente il puro sangue inglese. Si affacciano nel panorama ippico della piana di Salerno, i puro sangue inglese My First, Baccelliere, Baby Lon.
Persano preferisce la tecnica del meticciamento, pur mantenendo un limitato numero di fattrici a disposizione del puro sangue inglese.
Le prove funzionali che si tenevano tutti gli anni, generalmente nei mesi di maggio e ottobre , a Persano presso l’ippodromo Principe di Piemonte, servivano a verificare sul campo, attraverso un iter complesso e completo, la bontà delle scelte allevatoriali. Queste gare vennero espletate dal 1929 al 1952.
Diventa essenziale il riproduttore da utilizzare.
Lo stallone orientale proveniva da zone a vasta cultura equina come l’Arabia, la Siria, l�����Egitto, la Persia . Questi soggetti non avevano padri e madri contaminati da sangue inglese.
Il puro sangue inglese invece deve le sue fortune ad un certo Mr. Weatherby che, intorno alla metà del 1700, scrive il suo famoso libro della genealogia, andando indietro nel tempo sino alle fattrici del Marchese di Mantova e della Duchessa di Torino.
Nella breve disamina della nascita del puro sangue inglese non si può ignorare la funzione del napoletano Prospero D’Osma, a cui fu affidato l’allevamento della Regina Elisabetta che versava in condizioni pietose. L���allevamento è ancora operativo ad Hampton Court, dopo 500 anni dall’intervento del Prospero D�����Osma. Questo libro contiene i nomi di cento fattrici e di tre stalloni.
L’operatività di Persano è costituita da dirigenza militare, ufficiali di cavalleria e veterinari e una maestranza di circa 200 persone che nei mesi delle semine e della raccolta raggiunge anche le 500 unità.
I terreni a disposizione sono circa 3500 ettari.
L’altimetria è alquanto movimentata, riscontrandosi collinette e profondi valloni, degradanti verso i due fiumi Sele e Calore.
La zona adiacente ai fiumi è formata da bosco di alto fusto con la presenza del pioppo, dell��� olmo, nonché della quercia , del rovere e del cerro.
Anche se l���allevamento del cavallo catalizzava le migliori energie, non si può ignorare la presenza della mucca podolica, animale poderoso destinato ai lavori dei campi ed alla fornitura di latte e derivati. Viveva e prosperava in simbiosi con il cavallo, connotandosi nella realtà sociale come fattore importante nella realizzazione di posti di lavoro. Generazioni di uomini calavano dai paesi circostanti, Altavilla Silentina, Serre, Albanella, Capaccio Paestum, i così chiamati ���gualani”, cha avevano in custodia questo animale.
Ancora oggi sono visibili, dopo 50 anni dalla chiusura delle attività, nel complesso allora chiamato “vaccheria����� i due silos e il capannone capace di contenere centinaia di animali, e la pila dell’acqua profonda e lunga per abbeverarli, quasi intatti a testimoniare una stagione della vita lunga e laboriosa che chiede, in nome della storia e del Meridione ,il recupero della razza che è in via di estinzione, per riabituarci all’uso della sua carne e del suo latte, anche se di minore resa quantitativa.
E’ la dimostrazione positiva della civiltà contadina, che è un valore assoluto da non disperdere, anzi da sostenere.
L’allevamento del cavallo a Sud di Salerno cresceva e prosperava. Le migliori linee femminili, confortate anche dai risultati delle prove funzionali, venivano accostate ai p.s.i. erariali. Da qui Veronica, Dalila, Zagora madri dei superlativi Merano, Posillio, Pagoro, saltatori internazionali, vincitori di Olimpiadi e Coppa del mondo. Merano e Posillipo nascono sui terreni di Pontecagnano in provincia di Salerno di proprietà dei nobili Morese dal p.s.i. Ugolino da Siena. Pagoro dal p.s.i. Grazzano. Entrambi i p.s.i. appartengono alla famiglia del grande Teddy, uno dei più grandi razzatori di inizio secolo.
Il ridimensionamento dell’apparato allevatoriale avviene negli anni ‘50 con l’emanazione della legge di riforma agraria che porta come conseguenza la soppressione di alcuni centri e la nascita di Istituti di incremento ippico, al posto dei depositi stalloni. Persano diventa una sezione di posto raccolta quadrupedi, conservando un nucleo di fattrici selezionate fondamentalmente provenienti dall’antica razza Persano, con quattro stalloni. Relio, meticcio anglo orientale nato a Persano nel 1946, grigio come tutti i suoi antenati padri ad iniziare da Dsinghiscan, arabo ungherese di Babolna.
Sonetto, p.s.i. Sauro, di notevole mole, la cui famiglia di appartenenza ha dato numerosi rappresentanti nella pratica dell’incrocio per il cavallo sportivo. Sopratutto Erone, stallone sauro nato nel 1956 da Orona, madre molto qualitativa, nata nel 1943.
Ben comportatasi nelle prove funzionali del 1947 a Persano, fu scelta per partecipare al Criterium dei 5 anni a Roma. Vinse il 1° premio e fu impiegata come fattrice. Dall’incontro con Sonetto nacquero nel 1956 e 1958 Erone e Girona e nel 1957 Fiorona accoppiata con Monferrino, un’ altro p.s.i. funzionante a Persano.
Da Relio a Talsazia nasce nel 1959 Icaro, grigio 1,67 con 22 cm. di stinco.
Talsazia baia, nata nel 1948 è figlia di Genzano, grigio da Baby Lon, stallone che a Persano ha procreato per circa 20 anni, servendo anche gli allevamenti privati.
Saadi, puro sangue arabo, operativo per pochi anni a Persano, accoppiato alle migliori linee, �� presente nel pedigree di alcuni soggetti che sono attualmente tra i rappresentanti che caparbiamente difendono i valori di razza.
Con ciò affermiamo che la fattrice Persano ha nel suo patrimonio genetico la predisposizione all’esaltazione di qualità fenotipiche quali: una solida struttura scheletrica, un’indole molto docile, groppa larga, torace profondo e partecipazione attiva a prove funzionali e attitudinali.
Gli stalloni invece mostrano ampia cavalcabilità, treni anteriori e posteriori poderosi, vivacità, tendini distaccati e resistenti, linea atletica.
Quando si ventil������ l’ipotesi, da parte della dirigenza militare, di trasferire la Real Razza presso il Centro Quadrupedi di Grosseto, la risposta da parte del personale dipendente fu un no netto e preciso, motivandolo con una ragione che nel corso degli anni si �� rivelata esatta. Nel giro di poco tempo la razza sarebbe sparita,poiché non adatta a sopportare il clima avverso di quella parte della Maremma Toscana.
In seguito il provvedimento del ministro della Difesa Tanassi che trasferiva tutta la forza a Grosseto, si concretizzò il 30 settembre 1972, data in cui l’ultimo convoglio lascia i cancelli della tenuta, senza più farvi ritorno.
Al primo impatto ambientale alcune fattrici morirono, altre si ammalarono, altre ancora non riuscirono più a produrre nel  loro normale standard, con i puledri che presentavano difetti e tare irreversibili.
Il Principe Alduinio Ventimiglia  Lascaris Di Monteforte, nei sui terreni di Sicilia e in Toscana, alleva soggetti importanti delle migliori famiglie, le più antiche e prestigiose, di questa razza. Attraverso l’accorto meticciamento rinnova di anno in anno le caratteristiche del persano . Pur in presenza di un numero non grande si può dire che la razza �� in via di recupero. Ma l’obiettivo più forte, pi�� impegnativo che le migliori energie del salernitano si sono date riguarda il ritorno della mandria nei luoghi di origine, con lo scopo di favorire anche occasioni  di riscatto sociale alle nostre popolazioni.

Antonino  Gallotta