Celestino Magrini, il cavalleggero d’onore

Comandante la difesa di un settore dell’accampamento del suo squadrone mitraglieri impegnato altrove, attaccato di sorpresa da forze tedesche superiori, prontamente reagiva con il suo fuoco dell’arma in postazione. Successivamente alla testa dei pochi cavalleggeri della sua squadra, incurante dell’intenso fuoco avversario, con audacia e sangue freddo, li trascinava al contrattacco, ponendo in fuga gli attaccanti e catturando uomini e materiali. Bell’esempio di fede, valore personale, attaccamento al dovere, ascendente sugli inferiori e dedizione completa al reparto e alla Patria”

Silì (Sardegna) 9 settembre 1943

Croce al valor militare

Questa la motivazione con cui fu conferita a Celestino Magrini la Croce al Valor Militare. Quasi nessuno lo sa, dunque, ma anche un altro persanese, oltre a Mario Sansone, è stato insignito di una onorificenza. Celestino Magrini nacque a Ozieri (Sassari) il 7 novembre 1917. Nel 1938 lo ritroviamo soldato di leva in Cavalleria a Pinerolo. Dal 1940 è impegnato nei teatri di guerra con i reparti a cavallo soprattutto in Africa. Nel 1944 giunge con il suo reparto a Persano dove mette le radici sposando il 18 dicembre 1945 Lucia Caredda (Vedi). Resterà a Persano, lavorando prima come buttero col Centro Rifornimento Quadrupedi, poi con la Sezione Posto Raccolta Quadrupedi e infine con la Scuola Truppe Corazzate come magazziniere quando fu attuata la scellerata decisione di spostare i cavalli da Persano a Grosseto. Il 15 aprile 1984, a Persano, la malattia che ha affrontato per qualche anno con grande coraggio, serenità e dignità, avrà il sopravvento.

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Riportiamo due episodi della vita di Celestino Magrini

Quando il generale lo indicò come esempio ai futuri militari

di Antonino Gallotta

Aveva 21 anni quando fu arruolato con destinazione reparto Cavalleggeri ed assegnato al corso sotto ufficiali a Pinerolo, allora scuola internazionale per le armi a cavallo. Con la guida dell’istruttore conte Odetti di Marcodengo recepì ad alto livello gli insegnamenti dedicati alla nobile arte, intesi come servizio alla comunità ed alla patria, sino al sacrificio anche della propria vita. Agli inizi degli anni 80 il generale Feliciani della divisione carabinieri Ogaden di Napoli, convocò il Magrini negli uffici del suo comando. Lo accompagnai una mattina e fummo immediatamente inoltrati alla sua presenza. Dopo i saluti di rito ed il ricordo degli anni trascorsi insieme, il Feliciani tenente ed il Magrini sergente, siamo passati in una sala attigua ove si erano adunati alti ufficiali, sotto ufficiali e personale civile della struttura militare. Il generale comandante tracciò la figura di un trascinatore del reparto operativo, nei momenti difficili della guerra, prendendo in esame l’azione compiuta a Sili con spiccate parole di elogio, augurandosi di costruire il militare di domani con le caratteristiche del sergente Magrini, finemente descritte nella motivazione allegata della medaglia al valore.

Quella mano sulla spalla

di Fausto Bolinesi

“Domenica prossima a Pompei ci sono le Cresime. Chi è il tuo padrino?” La domanda di Don Vittorio mi sorprese, ma non mi colse impreparato. Appartenevo a quella numerosa categoria di persone che si cresimano quando e perché giunge il momento di sposarsi. A questo sacramento, come agli altri, si arriva dopo aver frequentato un corso che nel mio caso il parroco che mi aveva battezzato, impartito la prima comunione e mi aveva visto chierichetto per anni, aveva saggiamente deciso di considerare già seguito. “Ve lo faccio sapere entro mezz’ora”, risposi. Lasciai la casa del parroco e dopo meno di cinque minuti ero al “Dopolavoro” dove sapevo che c’era Celestino. Era intento ad osservare quattro suoi amici che giocavano a carte. Il padrino di solito viene scelto fra i parenti o le persone che contano. Io avevo deciso di sceglierlo fra quelle che stimavo e rispettavo. Fin da piccolo lo avevo visto sempre come una persona onesta, retta, forte alla quale quel suo parlare in italiano con inflessione sarda conferiva anche un’autorevolezza maggiore. Sapevo che era malato da tempo e che la malattia sarebbe inesorabilmente proseguita, ma questo particolare rafforzava ancor più la mia decisione. Ancora oggi sono grato a Don Vittorio che involontariamente mi costrinse a manifestare quasi bruscamente quella che era una decisione presa da tempo e che avevo tenuto per me. Dissi a Celestino, infatti, che avevo bisogno di un padrino di cresima e che mi sarebbe piaciuto che fosse stato lui. Il mio poteva sembrare un ripiego dettato dall’urgenza, ma non lo era, nonostante facessi quasi crederlo per giustificare la mia richiesta. Lui lo capì e fu contento di accettare, quanto lo fui io di quella sua decisione. Della domenica successiva ricordo la bella giornata di sole, il viaggio a Pompei nella mia spartana Panda 30 e la basilica gremita di cresimandi e dei loro familiari più simili a gitanti festosi che a fedeli. Ma ricordo soprattutto i momenti in cui, in fila, avanzavamo verso il vescovo che impartiva il sacramento ai piedi dell’altare maggiore. Sulla mia spalla sentivo la sua mano forte che aveva guidato tanti cavalli lungo i pascoli e i pendii di Persano ed ora guidava anche me che su quei pendii avevo giocato e corso con gli amici d’infanzia. Mi sembrava di percepire in quel suo gesto fierezza ed orgoglio, oltre che affetto, e ne ero contento. All’uscita della basilica volle per forza regalarmi centomila lire che io non avrei voluto accettare, ma non mi sembrò giusto insistere nel rifiutarle: non avevo scelto il padrino perché ci tenevo a ricevere un regalo e lui lo sapeva, per questo me le donava col cuore. Tornammo a Persano e pranzammo a casa mia. Eravamo in quattro: i miei genitori, lui ed io. Un pranzo semplice anche perché era condizionato dalla terapia che stava praticando. Non si trattenne molto e nel primo pomeriggio tornò a casa sua. Sicuramente per lui quella giornata fu faticosa, ma non lasciò trasparire alcun disagio fisico per non turbare l’atmosfera, a conferma del suo carattere e della sua educazione che lo portava al rispetto del prossimo. Questa fu la festa, non festosa, ma sentita della mia cresima e della quale non ho neanche una fotografia. Ma l’immagine dell’espressione contenta e sorpresa del viso di Celestino quando gli chiesi di farmi da padrino, e quella soddisfatta di quando uscimmo dalla basilica al termine della funzione religiosa è bene fissata. Non su carta fotografica che con gli anni si scolora, o su supporto magnetico che il tempo smagnetizza, ma nella mia memoria. Tra i ricordi più belli e importanti.

Autore: Fausto Bolinesi

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